
Lungo il Brembo sorgevano decine di fucine per la lavorazione del ferro. Data la presenza di mercati molto attivi, la rete viaria assunse un'importanza rilevante per garantire il trasporto delle merci, in particolare verso la Valtellina e il Cantone dei Grigioni, verso la Valsassina, ma anche consentire il trasferimento del materiale estratto verso altre fucine e forni fusori. Fu questa la principale funzione della Via del Ferro, il cui nome deriva dall'attività di estrazione e lavorazione di tale metallo che caratterizzò per secoli l'Alta Valle Brembana.
Il tracciato correva a mezza costa tra Mezzoldo e Valtorta dove sorgevano i forni fusori e le fucine. Con grande probabilità il tragitto partiva da Albaredo, per poi attraversare Mezzoldo e le contrade Sparavera e Soliva, fino a Olmo al Brembo passando per le località Acquacalda e Cigadola. Qui si biforcava in due direzioni: una proseguiva verso nord-ovest fino a Redivo, Averara (ricalcando un tratto della Via Mercatorum), per poi salire a Cusio, Ornica e valtorta. L'altra, invece, da Olmo al Brembo saliva fino a Santa Brigida, per scendere a Cassiglio e ricongiungersi con la prima a Valtorta. Da qui il percorso continuava fino ai Piani di Bobbio per arrivare in Valsassina.
Seppure molto importante per i collegamenti locali e per gli scambi con il territorio di Milano e con la Valtellina, la Via del Ferro rimase sempre poco più che una mulattiera e, come tale, percorribile interamente solo a piedi o con animali da soma.

Lungo il Brembo sorgevano decine di fucine per la lavorazione del ferro. Data la presenza di mercati molto attivi, la rete viaria assunse un'importanza rilevante per garantire il trasporto delle merci, in particolare verso la Valtellina e il Cantone dei Grigioni, verso la Valsassina, ma anche consentire il trasferimento del materiale estratto verso altre fucine e forni fusori. Fu questa la principale funzione della Via del Ferro, il cui nome deriva dall'attività di estrazione e lavorazione di tale metallo che caratterizzò per secoli l'Alta Valle Brembana.
Il tracciato correva a mezza costa tra Mezzoldo e Valtorta dove sorgevano i forni fusori e le fucine. Con grande probabilità il tragitto partiva da Albaredo, per poi attraversare Mezzoldo e le contrade Sparavera e Soliva, fino a Olmo al Brembo passando per le località Acquacalda e Cigadola. Qui si biforcava in due direzioni: una proseguiva verso nord-ovest fino a Redivo, Averara (ricalcando un tratto della Via Mercatorum), per poi salire a Cusio, Ornica e valtorta. L'altra, invece, da Olmo al Brembo saliva fino a Santa Brigida, per scendere a Cassiglio e ricongiungersi con la prima a Valtorta. Da qui il percorso continuava fino ai Piani di Bobbio per arrivare in Valsassina.
Seppure molto importante per i collegamenti locali e per gli scambi con il territorio di Milano e con la Valtellina, la Via del Ferro rimase sempre poco più che una mulattiera e, come tale, percorribile interamente solo a piedi o con animali da soma.

L'Oasi del Bolgià è una zona posta ai bordi del torrente Stabina e prende il nome dall’antico ponte romanico a un’arcata detto "del Bolgià", che collega le due sponde: a destra l’abitato del centro storico di Valtorta e sulla sinistra le contrade di Costa e Scasletto. Il ponte fu per secoli l’unico collegamento tra i due versanti della valle. Vicino al ponte sorsero un mulino (nel quale si macinavano granoturco, segale, orzo) e un maglio per la lavorazione del ferro. Nella seconda metà del Novecento venne costruito a inizio paese un nuovo ponte carrabile e il Bolgià finì per diventare una zona isolata.
L'Oasi del Bolgià fu recuperata dal momento in cui fu fondato il museo etnografico, in quanto zona d'interesse per via delle testimonianze che conserva legate alla vita economica del passato. Così sono stati recuperati il mulino, il maglio e la fucina, edifici all'interno dei quali ancora oggi si conservano i macchinari ancora funzionanti grazie alla forza dell'acqua del vicino torrente (quando le condizioni lo consentono).
Consolidate staticamente le strutture murarie, infatti, sono stati sistemati e riattivati il bacino di raccolta e la condotta dell’acqua del torrente fino alle due ruote a pale che mettono in moto gli ingranaggi interni a cui sono collegati gli impianti del mulino e del maglio. Animate da questo motore ad acqua, possono così funzionare, da una parte le macine del mulino e i pestoni per l’orzo e dall’altra il martello del maglio, la forgia, le mole e tutti gli altri meccanismi che consentivano ai ciodaröi di Valtorta (lett. produttori di chiodi) di lavorare il metallo con l’abilità ovunque riconosciuta.
Il ponticello e gli edifici del mulino, del maglio e della fucina costituiscono un complesso di grande interesse storico ed antropologico e sono parte integrante dell’itinerario museale.
L'Oasi del Bolgià è una zona posta ai bordi del torrente Stabina e prende il nome dall’antico ponte romanico a un’arcata detto "del Bolgià", che collega le due sponde: a destra l’abitato del centro storico di Valtorta e sulla sinistra le contrade di Costa e Scasletto. Il ponte fu per secoli l’unico collegamento tra i due versanti della valle. Vicino al ponte sorsero un mulino (nel quale si macinavano granoturco, segale, orzo) e un maglio per la lavorazione del ferro. Nella seconda metà del Novecento venne costruito a inizio paese un nuovo ponte carrabile e il Bolgià finì per diventare una zona isolata.
L'Oasi del Bolgià fu recuperata dal momento in cui fu fondato il museo etnografico, in quanto zona d'interesse per via delle testimonianze che conserva legate alla vita economica del passato. Così sono stati recuperati il mulino, il maglio e la fucina, edifici all'interno dei quali ancora oggi si conservano i macchinari ancora funzionanti grazie alla forza dell'acqua del vicino torrente (quando le condizioni lo consentono).
Consolidate staticamente le strutture murarie, infatti, sono stati sistemati e riattivati il bacino di raccolta e la condotta dell’acqua del torrente fino alle due ruote a pale che mettono in moto gli ingranaggi interni a cui sono collegati gli impianti del mulino e del maglio. Animate da questo motore ad acqua, possono così funzionare, da una parte le macine del mulino e i pestoni per l’orzo e dall’altra il martello del maglio, la forgia, le mole e tutti gli altri meccanismi che consentivano ai ciodaröi di Valtorta (lett. produttori di chiodi) di lavorare il metallo con l’abilità ovunque riconosciuta.
Il ponticello e gli edifici del mulino, del maglio e della fucina costituiscono un complesso di grande interesse storico ed antropologico e sono parte integrante dell’itinerario museale.




La Latteria Sociale di Valtorta, società agricola cooperativa, nasce ufficialmente il 5 dicembre 1954 grazie all'intraprendenza e allo spirito di collaborazione di un gruppo di allevatori che decisero di trasformare un'antica latteria turnaria in una cooperativa a cui conferire il proprio latte per trasformarlo in una linea di formaggi di qualità, nel solco della grande vocazione casearia della Valle.
Le moderne attrezzature utilizzate oggi in caseificio sono infatti al servizio di una tradizione tramandata di generazione in generazione.
I soci produttori della Latteria sono undici piccoli allevatori, il cui lavoro rappresenta un indispensabile strumento di protezione, conservazione e valorizzazione del paesaggio agrario e del territorio montano così come è giunto sino a noi da epoche lontane.
La Latteria produce formaggi di altissima qualità tra i quali il Formai de Mut dell'Alta Valle Brembana DOP prodotto e stagionato solo in 21 comuni dell'Alta Valle Brembana, l'Agrì di Valtorta di forma cilindrica e piccole dimensioni, prodotto unicamente dalla Latteria Sociale di Valtorta e Presidio Slow Food, lo Stracchino all'Antica delle Valli Orobiche Presidio Slow Food che preserva l'antica arte della lavorazione a munta calda, il Fiurì di Valtorta prima fioritura durante la produzione di ricotta, frutto di una cultura contadina in base alla quale nulla doveva essere sprecato, nemmeno questa prima "fioritura", troppo poco consistente per poter essere riposta negli stampi. Il Fiurì è impiegato per condire la polenta ma è ottimo anche a colazione, abbinato a miele e confetture.
La Latteria Sociale di Valtorta, società agricola cooperativa, nasce ufficialmente il 5 dicembre 1954 grazie all'intraprendenza e allo spirito di collaborazione di un gruppo di allevatori che decisero di trasformare un'antica latteria turnaria in una cooperativa a cui conferire il proprio latte per trasformarlo in una linea di formaggi di qualità, nel solco della grande vocazione casearia della Valle.
Le moderne attrezzature utilizzate oggi in caseificio sono infatti al servizio di una tradizione tramandata di generazione in generazione.
I soci produttori della Latteria sono undici piccoli allevatori, il cui lavoro rappresenta un indispensabile strumento di protezione, conservazione e valorizzazione del paesaggio agrario e del territorio montano così come è giunto sino a noi da epoche lontane.
La Latteria produce formaggi di altissima qualità tra i quali il Formai de Mut dell'Alta Valle Brembana DOP prodotto e stagionato solo in 21 comuni dell'Alta Valle Brembana, l'Agrì di Valtorta di forma cilindrica e piccole dimensioni, prodotto unicamente dalla Latteria Sociale di Valtorta e Presidio Slow Food, lo Stracchino all'Antica delle Valli Orobiche Presidio Slow Food che preserva l'antica arte della lavorazione a munta calda, il Fiurì di Valtorta prima fioritura durante la produzione di ricotta, frutto di una cultura contadina in base alla quale nulla doveva essere sprecato, nemmeno questa prima "fioritura", troppo poco consistente per poter essere riposta negli stampi. Il Fiurì è impiegato per condire la polenta ma è ottimo anche a colazione, abbinato a miele e confetture.




L’ingresso del borgo di Valtorta è caratterizzato dalla torre dell’orologio, il cui funzionamento può essere seguito attraverso le pareti in vetro della struttura che contiene l’antico meccanismo con corredo di piccole campane. Appena sopra l’abitato sulla destra idrografica, un piccolo torrente alimenta le ruote idrauliche di un mulino, ricostruito utilizzando le attrezzature donate dai proprietari del cessato mulino Canfer di Ubiale e poco più su la segheria idraulica, recentemente recuperata e resa funzionante utilizzando i resti di una segheria proveniente dall’Alta Valle Brembana.
L’edificio della segheria è a due livelli. Al piano terra la ruota idraulica di grandi dimensioni e gli organi di trasmissione in ferro. Questa ultima caratteristica consente di collocare la data di costruzione della segheria originaria nel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Al primo piano è visibile il banco di sega in legno sul quale venivano posti i tronchi da tagliare. Un sistema di regolazione posto sul banco stesso consentiva di regolare lo spessore dei pezzi da tagliare (assi, travi, ecc.).
L’ingresso del borgo di Valtorta è caratterizzato dalla torre dell’orologio, il cui funzionamento può essere seguito attraverso le pareti in vetro della struttura che contiene l’antico meccanismo con corredo di piccole campane. Appena sopra l’abitato sulla destra idrografica, un piccolo torrente alimenta le ruote idrauliche di un mulino, ricostruito utilizzando le attrezzature donate dai proprietari del cessato mulino Canfer di Ubiale e poco più su la segheria idraulica, recentemente recuperata e resa funzionante utilizzando i resti di una segheria proveniente dall’Alta Valle Brembana.
L’edificio della segheria è a due livelli. Al piano terra la ruota idraulica di grandi dimensioni e gli organi di trasmissione in ferro. Questa ultima caratteristica consente di collocare la data di costruzione della segheria originaria nel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Al primo piano è visibile il banco di sega in legno sul quale venivano posti i tronchi da tagliare. Un sistema di regolazione posto sul banco stesso consentiva di regolare lo spessore dei pezzi da tagliare (assi, travi, ecc.).


Già a partire dal Medioevo le numerose miniere di Valtorta hanno caratterizzato la vita e l’economia del paese, rendendolo terra di maestranze specializzate nell’estrazione e nella lavorazione dei metalli, e costituendo per parecchi secoli l’unica fonte di reddito di minatori, fonditori e fabbri. Al confine con la Valsassina, lungo il monte Varrone, si estraeva principalmente il ferro, come ai piani di Ceresola, in Val Cassano, ad Avezzo, Foppa Bona e Caravino. A Camisolo si ricavavano piombo, barite, zinco e argento, mentre a Scasletto oro e rame, oltre ad argento e piombo. Il lavoro si svolgeva dal tardo autunno sino a primavera poiché era minore il pericolo di infiltrazioni d’acqua in galleria. Durante il periodo estivo il minerale subiva il trattamento della cottura, per essere depurato da altri elementi, e successivamente quello della cernita, consistente nell’esposizione agli agenti atmosferici che, eliminando ulteriori impurità, lo rendevano duttile e leggero al trasporto. Esso avveniva con l’ausilio di muli e cavalli lungo la Via del ferro, una mulattiera che collegava le cave e i paesi limitrofi dove si svolgevano le occupazioni inerenti ad esse. Nel 1700 esistevano 26 chiodarole e 6 fucine (grosse, sotiladore, trafilere) che impiegavano circa cento persone. Tale prospera attività si sviluppò ulteriormente durante la dominazione veneta, proseguendo fino al 1800. Dal 1806 al 1808 si producono circa 250 quintali di chiodi, tanto che i paesani vengono soprannominati ciodaroi. Sicuramente il successo di un’ elevata produzione di oggetti da taglio e attrezzi agricoli, con relativa commercializzazione in diverse regioni, è stato determinato dal fatto che il ferro locale era maggiormente pregiato rispetto a quello di altre zone. Dopo l’Unità d’Italia Valtorta è meta di tanti periti che rilasciano le concessioni per uno sfruttamento intensivo dei giacimenti, nella cui lunga vita si rilevano anche periodi di arresto. Già nel 1800 infatti lo storico Maironi da Ponte ne anticipa la inevitabile decadenza per scarsità di combustibile che alimentava i forni. Infine, durante la seconda guerra mondiale, Antonio Regazzoni ricorre ad una provvidenziale riapertura che, dando lavoro ad un centinaio di giovani, ne evita la deportazione in Germania. Di questa articolata attività rimane traccia di una fucina, un maglio e un mulino in località Bolgià. Alcuni toponimi locali attestano tuttora questo antico mestiere: la località Frér, Forno nuovo, il Put del Furen (ponte del forno). Recentemente è stata riscoperta la miniera Frér in cui è possibile visitare un tratto di galleria e il piccolo edificio adibito a polveriera.

Già a partire dal Medioevo le numerose miniere di Valtorta hanno caratterizzato la vita e l’economia del paese, rendendolo terra di maestranze specializzate nell’estrazione e nella lavorazione dei metalli, e costituendo per parecchi secoli l’unica fonte di reddito di minatori, fonditori e fabbri. Al confine con la Valsassina, lungo il monte Varrone, si estraeva principalmente il ferro, come ai piani di Ceresola, in Val Cassano, ad Avezzo, Foppa Bona e Caravino. A Camisolo si ricavavano piombo, barite, zinco e argento, mentre a Scasletto oro e rame, oltre ad argento e piombo. Il lavoro si svolgeva dal tardo autunno sino a primavera poiché era minore il pericolo di infiltrazioni d’acqua in galleria. Durante il periodo estivo il minerale subiva il trattamento della cottura, per essere depurato da altri elementi, e successivamente quello della cernita, consistente nell’esposizione agli agenti atmosferici che, eliminando ulteriori impurità, lo rendevano duttile e leggero al trasporto. Esso avveniva con l’ausilio di muli e cavalli lungo la Via del ferro, una mulattiera che collegava le cave e i paesi limitrofi dove si svolgevano le occupazioni inerenti ad esse. Nel 1700 esistevano 26 chiodarole e 6 fucine (grosse, sotiladore, trafilere) che impiegavano circa cento persone. Tale prospera attività si sviluppò ulteriormente durante la dominazione veneta, proseguendo fino al 1800. Dal 1806 al 1808 si producono circa 250 quintali di chiodi, tanto che i paesani vengono soprannominati ciodaroi. Sicuramente il successo di un’ elevata produzione di oggetti da taglio e attrezzi agricoli, con relativa commercializzazione in diverse regioni, è stato determinato dal fatto che il ferro locale era maggiormente pregiato rispetto a quello di altre zone. Dopo l’Unità d’Italia Valtorta è meta di tanti periti che rilasciano le concessioni per uno sfruttamento intensivo dei giacimenti, nella cui lunga vita si rilevano anche periodi di arresto. Già nel 1800 infatti lo storico Maironi da Ponte ne anticipa la inevitabile decadenza per scarsità di combustibile che alimentava i forni. Infine, durante la seconda guerra mondiale, Antonio Regazzoni ricorre ad una provvidenziale riapertura che, dando lavoro ad un centinaio di giovani, ne evita la deportazione in Germania. Di questa articolata attività rimane traccia di una fucina, un maglio e un mulino in località Bolgià. Alcuni toponimi locali attestano tuttora questo antico mestiere: la località Frér, Forno nuovo, il Put del Furen (ponte del forno). Recentemente è stata riscoperta la miniera Frér in cui è possibile visitare un tratto di galleria e il piccolo edificio adibito a polveriera.

ciao
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